Dalla strage di Marcinelle, alla strage di Foggia

8 Agosto 1956: 136 Italiani emigrati in Belgio morirono nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle in Belgio.

6 Agosto 2018: 12 migranti africani muoiono nei pressi di San Severo di Foggia, mentre qualche giorno prima atri 4 migranti perdono la vita sempre per gli stessi motivi, furgoni precari e costretti a viaggiare stipati in piedi.

A distanza di 62 anni nessuna tutela verso lavoratori stranieri.

Nel 1956 e negli anni successivi, in Europa erano gli italiani la carne da macello per produrre profitti ai padroni.

In quegli anni, nelle fabbriche, miniere, cantieri edili e lavori poco dignitosi a morire erano calabresi, siciliani, pugliesi, napoletani, friulani, veneti perché costretti a subire orari e trattamenti schiavistici sui posti di lavoro e privati di qualsiasi dignità.

Ora sono sudanesi, liberiani, senegalesi, indiani, rumeni ecc…

I nuovi schiavi sono privati della loro dignità non solo nei posti di lavoro ma anche nella vita extra lavorativa in quanto condannati all’invisibilità.

Identici sono gli scenari, di ieri e di oggi, che ritraggono la vita di una umanità disperata seppur con sfondi di colori diversi, infatti verso la fine degli anni 50 con il bianco e nero delle foto e dei video si ritraeva l’esercito dei disperati italiani, per la maggior parte meridionali, oggi a colori si ritrae una umanità in fuga per fame, desertificazione e guerre proveniente dai paesi sud sahariani e da guerre nel Medio Oriente come la Siria.

Dalle baracche in lamiere, in legno ed accampamenti di fortuna in Svizzera, Germania, Belgio di ieri alle bidonville di Rosarno, nelle campagne Pugliesi, San Nicola Varco di oggi.

Lo sfruttamento dei padroni e la schiavitù moderna non provoca mortalità sul lavoro solo dell’umanità migrante ma anche di italiani.

I dati sulla mortalità ed infortuni sul lavoro in Italia sono molto allarmanti:

  • Dall’inizio del 2018 sono 300 i morti sul lavoro;
  • Una media di circa due morti al giorno, più 9,2% rispetto al 2017, un vero bollettino di guerra.

Quelli riportati sopra sono le stime ufficiali in quanto riguardano i lavoratori ufficialmente registrati all’Inail ma, gli infortuni mortali  che avvengono nel sommerso, mai registrati e non riconosciuti tali dallo stesso Istituto, rendono il quadro ancor di più drammatico e tragico.

Cosa fare per ridurre i danni e le morti provocati dallo sfruttamento intensivo determinato dalla “moderna e neoliberista tratta degli schiavi”?

Si potrebbe lanciare una campagna di boicottaggio e/o non comprare quei prodotti provenienti delle grandi catene di distribuzione dei generi alimentari che accumulano enormi profitti sulla pelle e sulla vita dei nuovi schiavi.

Visto il tasso di plebeismo ed imbarbarimento e la scomparsa del senso civico nel nostro paese, ben rappresentato dall’attuale  governo, in assenza di un vero fronte di opposizione sociale/politico/sindacale si potrebbe ripartire da un movimento di indignazione teso a dare un senso di civiltà alla nostra nazione.

Il Neo Governo Italiota potrebbe seguire l’esempio del Governo Irlandese.

L’11 Luglio scorso il Senato irlandese ha votato una proposta di legge che vieta l’importazione di beni prodotti negli insediamenti israeliani situati nei Territori palestinesi, in quanto gli insediamenti rappresentano “una grave violazione del diritto internazionale”.

Partendo dal presupposto che boicottare Israele e la Turchia sarebbe già da tempo dovuto rientrare nei temi delle politiche internazionali  da parte dei governi succedutisi in Italia che, si sono limitati ipocritamente, come Bertinotti, con l’ipocrita ed opportunista teoria dei “Due Popoli due Stati”, il Governo gialloverde attuale potrebbe attuare sanzioni ed attivarsi per vietare la vendita di prodotti con marchi riconosciuti impregnati del sangue di quelle lavoratrici/ori costretti a lavorare con tempi lavorativi e paghe da schiavi.

I prodotti agro alimentari pomodori, i carciofi, le olive, le mele, le arance, le mozzarelle, fiori all’occhiello del made in italy e che noi apprezziamo sulle nostre tavole, sono prodotti che per mantenere le rispettive caratteristiche necessitano del lavoro manuale ed il 70% della manodopera è immigrata.

Potremmo magari lanciare campagne di civiltà basate su azioni di boicottaggio e/o sciopero dei consumatori sostenuto da un movimento d’opinione e di denuncia, anche attraverso la  controinformazione, teso non solo ad aumentare il potere contrattuale della nuova classe bracciantile ma anche indurre le grandi catene industriali e/o multinazionali, che a loro si servono delle varie organizzazioni mafiose, genesi storica del caporalato, a riconoscere i diritti umani e sindacali dei braccianti.

 “Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar……”

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